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In ricordo di un caro amico.

In questa settimana di Passione, si è portati a riflettere e a ricordare chi ci ha accompagnato per un tratto del nostro cammino e che ora occupa un posto del tutto particolare tra i nostri ricordi.
Don Ivano ci fa ripensare all’amico prof. Maurizio Benedetti, che ci ha fatto per lunghi anni scoprire un nuovo modo di intendere l’economia, un modo più umano e solidale e che ci ha lasciato poco tempo fa.
Don Ivano ci scrive:
Un mio amico che è venuto con me in Kenya nel 2018 ha fatto queste immagini che ha compendiato qui per mettere in luce la figura di Maurizio. E’ un modo per ricordarlo, anche in questi giorni di Pasqua.

Ecco il video che ci propone immagini belle e serene dell’ultima vacanza di Maurizio Benedetti.

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Anziani resilienti in tempo di coronavirus.

ESSERE ANZIANI RESILIENTI al tempo del coronavirus

Faticosamente negli scorsi anni ci siamo convinti che “essere vecchi” non sia poi così una tragedia, che negli “anni in più” c’è l’esperienza che ci rende utili agli altri, addirittura “saggi” qualche volta. Il mondo ha cominciato a considerare i nostri bisogni -forse per intenti più economici e di profitto che di valore riconosciuto e riconoscente-, però siamo diventati una categoria visibile e ricercata – addirittura anche in pubblicità e nei programmi TV- e a cui si dà importanza …e che qualche volta fa la differenza – ad esempio per acquisire voti in politica-.

Poi è arrivato il Covid19 e improvvisamente ci si è accorti che oltre gli arzilli vecchietti che viaggiano, partecipano alle attività culturali, spendono volentieri, scappano nei paesi caldi, si occupano dei nipoti e supportano i figli disoccupati, fanno volontariato …ci sono anche quelli nelle case di riposo, quelli che vivono per strada, quelli a cui la pensione non basta, quelli che han bisogno della Caritas e quelli che ..hanno paura, tanta paura ora, perché essere vecchi, e avere i problemi di salute che normalmente ci sono nella terza età e nella quarta -e oltre- rende ancora più fragili, e attaccabili dal virus, e pericolosi e in pericolo, quindi soli, anche se non abbandonati comunque soli! E improvvisamente siamo un problema e per alcuni IL PROBLEMA senza soluzione – e purtroppo in alcuni Paesi del mondo forse il virus che ci sta decimando è ritenuto tutto sommato una soluzione …-

Cari anziani, cari vecchi e vecchietti,carissimi alunni dell’Università della Terza Età .. non abbiate paura !

La vostra storia, esperienza, saggezza di vita dovrebbe farvi reagire con la Resilienza – FORZA e SERENITA’– che permette realisticamente di vedere IL PROBLEMA, essene ben consapevoli, ma anche di decidere che a voi spetta una reazione di responsabilità. Essere RESPONS-ABILI significa saper dare risposte, non solo verbali ma anche concrete, comportamentali a ciò che vi fa paura per affrontare, accettare e superare, la crisi che ne deriva.

L’anziano che si sente giovane dentro, e che davvero è vitale perché alla sua vita dà un immenso valore, invece che “preoccuparsi” prova ad “occuparsi” di sé e per quanto possibile degli altri: può dedicarsi ad interessi, hobby, attività in casa ma anche sviluppare, moltiplicare e rendere qualitativamente migliori le occasioni di scambio, incontro virtuale, ascolto telefonico. Le relazioni per un anziano creativo e resiliente non diminuiscono perché si sta in casa .. anzi possono diventare più frequenti con quei parenti, amici che prima erano sempre impegnati ed occupati, non necessitano di uscire per incontrarsi ma solo di “cercare l’altro e lasciarsi trovare”.

Il vecchio saggio non si lascia spaventare troppo perché non sta tutto il giorno davanti ad un video o sui social ad ascoltare gli stessi dati, numeri e ad assorbire senso di impotenza e depressione emotiva che causano le fonti di informazione -che sono un virus ben più funesto del virus stesso in questo frangente-. Preoccuparsi di continuo ingenera una situazione di stress che abbassa le difese immunitarie e predispone ancor più ad ammalarsi oltre che a rovinare la serenità emotiva anche di chi ha la fortuna di non aver contratto il Covid19!

Il vecchietto esperto della vita sa già quel che continuano a ripetergli figli e nipoti e medici e scienziati: sa che deve stare in casa! E ci sta anche se gli costa fatica cambiare le sue abitudini –la passeggiata, la partitina a carte al bar, il panettiere ogni giorno per un panino e un uovo- perché se vuole dimostrare a sé stesso – oltre che a chi gli vuole bene- che è davvero intelligente ed esperto, occorre sia un po’ flessibile e capace di adattare le abitudini alla necessità ed emergenza del momento.

Poi ci sono  i Nonni – anche quelli che non hanno  nipoti ma sono Nonni per tutti- che possono fare ciò di cui non si parla troppo di solito, che pareva attività per chi ha tempo da perdere, o per chi ormai non ha più niente di cui occuparsi .. Invece ora sappiamo tutti fondamentale: il Nonno può pregare, per sé, per i suoi cari, per tutti – proprio tutti- e sentirsi utile nell’affidare a Dio quel che l’uomo non sa arginare e risolvere.

Io credo che i Nonni, capaci di proteggersi e sostenere la battaglia del mondo intero, siano da annoverare tra coloro che sono IN PRIMA LINEA per combattere i virus, quel  Covid 19 che ora contagia , così come la morte interiore che la pandemia potrebbe causare anche nei sopravvissuti.

Nonni resilienti e oranti non salveranno magari il mondo, ma potrebbero rendere migliore e più solidale, autentico e capace di speranza e fede il mondo che resterà, dopo la pandemia o semplicemente dopo di loro!           

 

Lucia Todaro, psicopedagogista e consulente di formazione

luciatodaro23@gmail.com 

www.luciatodaro.org

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Percorriamo la Via Crucis con Raffaello.

“L’esercizio della pietà cristiana di accompagnare il Signore nel suo percorso “glorioso” è stato qui vissuto con il grande artista rinascimentale, rievocato a 500 anni dalla morte; evento, che è da collocare in concomitanza con il giorno rievocativo della morte e della sepoltura del Signore. Sembra che l’artista stesso sia particolarmente segnato da questo incontro con il Signore che ha servito, con tutte le incoerenze dei comuni mortali, mettendo a profitto il suo genio artistico. Lo ha fatto, non tanto perché abbia servito nel cuore della cristianità, in quella Roma rinascimentale che proprio per lui e per tanti altri si abbelliva in quegli anni, ma perché la sua sensibilità religiosa, che possiamo cogliere nelle sue opere, anche a non avere un soggetto in quella direzione, lo faceva essere “divino”, come viene anche definito. Lo era, davvero! Lo era, non solo perché le belle fisionomie dei suoi soggetti ci trasportano in un’aura incantata e misteriosa, ma perché ci sentiamo avvicinare più che mai al divino, partendo da quanto di meglio egli poteva riscontrare nell’umano”. 

Percorriamo la Via Crucis accompagnati da don Ivano e dalle opere di Raffaello.
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SETTIMANA SANTA, SETTIMANA AUTENTICA

La nostra liturgia ambrosiana considera “autentica” questa Settimana, definita tradizionalmente “santa”. L’autenticità è data dal fatto che in essa noi vediamo la verità di una esistenza e soprattutto di una persona. Il modo di vivere, che ha Gesù e che soprattutto si riconosce nel momento della morte, ma che è stato presente anche prima e che continua ad essere, dice la verità di quell’uomo che noi vediamo crocifisso e che pensiamo per questo sconfitto e perciò con una proposta di vita sbagliata, se risulta finita male. Non è così! Se il vivere di Dio è dato dal suo uscire da se stesso per mettersi dentro il vivere umano, compreso quello sbagliato, compreso quello malato, compreso quello ritenuto inutile o di peso – e Dio si definisce così, perché questo è il suo nome, ma soprattutto il suo modo di esistere –, questo appare quanto mai vero e compiuto in tutto ciò che fa Gesù, soprattutto nelle ore di quella Passione che non è solo un incidente, un momento imprevisto, ma una scelta e una lezione di vita. E allora si riconosce la verità del vivere umano, quando questo somiglia al vivere di Dio, così come ce lo presenta il Signore Gesù. Costui, proprio perché si è incarnato, non si limita a dare ricette di vita in ciò che troviamo scritto, ma in ciò che egli ha vissuto e continua oggi a vivere. E lui lo vive in quella liturgia, che non è solo la cerimonia presentata in chiesa o, come succede spesso, quella teatralità che noi vorremmo anche nella liturgia di riti solenni, ma è soprattutto quanto poi si vede vissuto nelle situazioni quotidiane, durante le quali noi vediamo persone che sono sempre in uscita da sé per darsi, anche con il rischio per la propria persona. E lì non c’è teatro o recita! 

Il rito serve a richiamare la realtà, così come il segno del pane e del vino richiamano il corpo offerto e il sangue versato. Se manca tutto questo allora il rito è vuoto formalismo

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Il brano riportato qui sopra è solo una piccola parte del commento al passo di Isaia 52,13-53,12 che don Ivano, per farci sentire la sua vicinanza, ci ha inviato.  Chi volesse leggere la riflessione completa potrà farlo cliccando QUI

Sabato “in traditione symboli” …. Io Credo.

SABATO “IN TRADITIONE SYMBOLI” (per una consegna della fede in un periodo in cui è messa a dura prova)

4 aprile 2020 – nella memoria della morte di S. Ambrogio

La tradizione liturgica ambrosiana propone nel sabato precedente la Settimana Santa, definita “Authentica”, una celebrazione particolare che predispone i battezzandi della vicina Veglia pasquale a confessare la propria fede in pubblico. Questo giorno è ancora oggi definito il sabato “In traditione symboli”. È dunque il giorno della consegna del “CREDO”, che i catecumeni dovevano imparare, per essere pronti a dirlo con la comunità cristiana nella notte di Pasqua. Erano preparati a questo durante la Quaresima – durante il suo episcopato Ambrogio ci teneva a dare personalmente le istruzioni necessarie – e qui con la consegna si avviava l’ultima fase corrispondente alla settimana della Passione. Ancora oggi si conserva questo rito, che non solo serve a quanti da adulti si accostano al Battesimo, celebrato nella notte di Pasqua; è ormai una tradizione che i giovani, anche ad essere già battezzati, si trovino con il Vescovo in questa circostanza per rinnovare la propria fede da testimoniare poi nel vivere quotidiano. E questo deve valere un po’ per tutti, in modo particolare in un tempo nel quale si pensa sempre più che la fede sia una questione privata e che non abbia più alcuna rilevanza sociale. Perciò anche noi, siamo chiamati in questo giorno a “rinnovare” la nostra fede: siamo invitati a dire il “simbolo”, cioè il riassunto della fede, codificato con le formule del Credo apostolico, quello imparato con il catechismo, e poi riproposto con la fede elaborata e sostenuta nei Concili di Nicea e di Costantinopoli, per riaffermare rispettivamente la fede nella divinità di Gesù e nella divinità dello Spirito, da noi oggi detto durante la Messa. Dobbiamo usare, sì, queste formule, ma le dovremmo dire cercando di comprendere meglio le parole che diciamo, e che non dicono soltanto dei concetti, quanto piuttosto l’essere di Dio che corrisponde pienamente al suo agire “per noi e per la nostra salvezza”. Leggi tutto “Sabato “in traditione symboli” …. Io Credo.”

Ritroviamoci uniti nella preghiera.

Venerdì 10 aprile è  VENERDI’ SANTO e sarebbe bello, come qualche socio ha suggerito, che ci ritrovassimo “idealmente” tutti insieme
alle tre del pomeriggio, momento della morte di Gesù in Croce, a recitare la preghiera di don Ivano, che trovate pubblicata in questa pagina.
Auguro a tutti una buona Pasqua.
Cordiali saluti.
                                                                                                     Cesare Cavenaghi

RIFLESSIONE sul vangelo della V domenica di Quaresima. (Don Ivano)

Due sorelle, seppur a distanza, dicono la stessa cosa, esprimono il medesimo lamento che suona come un rimprovero verso colui che avevano amico: “Signore, se tu fossi stato qui …”. Ma evidentemente lui non è arrivato per tempo, anche se per tempo era stato avvertito; gli era stato detto che la situazione era tragica. Ma lui ha continuato ad aspettare, con una scusa che noi oggi finiremmo per interpretare male. Convinto che la malattia non è mortale, che, anzi, “è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato”, Gesù non si muove, neppure in presenza dell’appello accorato delle due donne preoccupate per le condizioni del fratello. Poi, quando ormai la situazione ha preso una brutta piega, si decide, finalmente, a muoversi pur con tutti i rischi. Lo sa che è morto; e ora ci va. A che fare? Ormai! Sì, ormai anche le sorelle, sfiduciate, non si aspettano più nulla, anche se la loro fiducia nel Maestro è immutata. E tuttavia non rinunciano a dire il loro disappunto, per questa sua assenza, per questo suo ritardo, per questo suo modo di fare che sembrava poco interessato all’amicizia. Dov’è l’amico, quando uno ha veramente bisogno? Dove sta il taumaturgo, quando noi stiamo male? Perché tarda a dire la sua e a fare qualcosa prima che sia troppo tardi? Oggi, più che mai, le parole delle sorelle di Betania possono essere anche nostre, in presenza dei morti che abbiamo cari e più ancora dei morti di questi giorni che vediamo più che mai abbandonati, proprio quando avrebbero più bisogno di sentirsi sostenuti nell’estremo passaggio, in quel tipo di passamano che li fa sentire sorretti da noi e dalla mano di Dio che li riceve. Spesso, alle esequie, trovo questa pagina, e soprattutto questo sfogo, molto pertinenti alla situazione. Oggi, ancora di più. E come in altre occasioni mi permetto di aggiungere al Signore: “Non rispondermi … non tentare di giustificarti in presenza di questa mia lamentela. Mi basta solo di aver espresso il mio disappunto, aggiungendo poi di provvedere a loro, non a me; di provvedere non a quella risurrezione provvisoria, come è stato nel caso di Lazzaro, ma a quell’incontro beatificante, che mi piacerebbe fosse come quello del buon ladrone, ladro anche nell’estremo istante, ladro, finalmente dalla parte giusta, per avere subito l’accesso al Regno che noi immaginiamo debba passare, per certe categorie di persone, da un periodo di purificazione”. Neppure Marta aveva fatto la richiesta di una risurrezione ritenuta improbabile, e che invece avvenne davanti ai suoi occhi stupefatti. Marta si era limitata a dire a Gesù di intercedere presso il Padre. Anche noi ci aggrappiamo a questa sua mediazione, perché Gesù, uomo come noi, uomo del dolore come noi, può davvero capire il nostro dolore, che è pure il suo, come dimostra, piangendo per l’amico, come dimostra, dicendo al Padre tutta la sua angoscia nella notte più nera. E quando Marta si sente dire da Gesù una dichiarazione che ha come il sapore di un’affermazione dottrinale, non risponde affatto con l’assenso ad una definizione dal sapore filosofico. Lei crede in Lui! Crede nella sua persona. Crede che dentro quella persona c’è lo Spirito stesso di Dio, colui che anche in presenza del male più terribile e più temibile, fa emergere nell’uomo e nella donna tutta la forza e la verità che sono necessarie perché il vivere sia superiore al morire, anche a dover morire. Ecco, anch’io, pur con il grande rammarico di non poter vedere più tante persone care, perse nel passato e perse in questi pochi giorni, quando una specie di bollettino di guerra mi presenta nomi e volti di tanti che sono passati nel mio vivere o nel vivere di altri che hanno sfiorato la mia esistenza, e mi sento sempre più attanagliato da un dolore impotente, da uno sconvolgimento che vorrebbe farmi disperare, voglio qui dire quello che ha detto Marta. In questa occasione la sento davvero grande, Marta, colei che altrove è accusata di essere tutta affaccendata nelle cose e di aver poca profondità nel vivere. Lei, proprio lei dice con fierezza che Gesù è il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo! E anch’ io voglio dirgli non gli elaborati della dottrina, pur utile, ma voglio affermare che è il mio Signore e il mio Dio, più volte dichiarato in questo modo; è colui al quale mi aggrappo, come il ladro in croce, per avere, nel momento della sua morte, tutta la forza della sua vita, e quindi lo Spirito, con la speranza che nella mia morte possa avere la vita eterna, anche ad avere colpe da espiare. Eppure il Signore in croce, nel momento della morte che è il momento della verità, non promette al ladro di averlo con sé dopo che avrà espiato, così come non promette la salvezza a Zaccheo dopo che avrà restituito il maltolto.

“Oggi, oggi, Signore, io ti chiedo la salvezza, quella che tu prometti sempre, accompagnandola con l’“oggi”, non per svilire le nostre colpe, che sono sempre gravi, ma per dare più peso al tuo amore che è sempre più grande”. Semmai, l’espiazione la proviamo ora, nell’angoscioso tormento di sentire sopra il collo l’aria di morte e di non sentire a sufficienza l’aria nei polmoni. Sentiamo piuttosto la vicinanza del Signore, lui che non ha paura di toccare persino il lebbroso, perché guarisca. Eppure gli poteva bastare, anche da lontano, la parola. Sentiamo la sua vicinanza, la medesima del buon Samaritano che non ha paura di sollevare il disgraziato, dopo aver pulito le sue piaghe. Sentiamo la vicinanza anche quando osa entrare nella tomba, prima quella dell’amico e poi la sua, perché fino a quel punto vale la sua incarnazione! E allora può capire – sì, capire – che cosa significa non solo il nostro vivere, ma anche quel momento dell’esistenza umana che è la morte: essa oggi ci sfiora, in coloro che cadono attorno a noi; domani – il più lontano possibile! – ci prenderà, ma sapendo che lui è entrato nel nostro morire, si è rinchiuso nel nostro essere sepolti, noi abbiamo la speranza di essere con lui nel nostro risorgere. E come tende la mano a Lazzaro, dicendogli di venir fuori e di sciogliersi dalle bende, – Lazzaro (= Dio ti aiuta) è proprio colui che nel nome ricorda di avere una mano da Dio – così la tende anche a noi, la tende ora a quanti sono partiti senza che una mano li tenesse; la tende a noi, perché non abbiamo a cadere; la tende a tutti perché ci sentiamo più vicini e più solidali nel vivere e nel morire, superando gli egoismi, le asprezze, le forme di intolleranza che abbiamo lasciato tracimare nel recente passato. Dovremmo essere contenti che Lazzaro sia uscito da quella tomba, ma già si preparano i giorni della passione, con le trame perverse, che non mancano mai, e di cui sembriamo quanto mai esperti quando ci lasciamo dominare dallo spirito del male. Eppure quella passione che Gesù affronta, quella che anche noi stiamo affrontando con lui e come lui, anche ad essere amara ed angosciosa, pesante da sopportare, è passione d’amore. Se la viviamo così, possiamo ritrovarci davvero migliori, anche ad avere di meno, anche a fare di meno, anche a dire di meno. Siamo il meglio, perché ci ritroviamo con lo Spirito del Signore, quello che lui ci sta offrendo con tutto quell’eroismo di grande umanità che ritroviamo in quanti lottano per noi, con noi e – auguriamocelo – come noi!

Per una riflessione al tempo del coronavirus.

Don Ivano, per farci sentire la sua  vicinanza in questi momenti dolorosi , ci ha inviato una riflessione in chiave poetica partendo dalle composizioni che Ungaretti ha scritto ai tempi della Grande Guerra e dell’epidemia di “spagnola” .  Qui riporto solo la conclusione del suo lavoro, ma cliccando sul link che troverete alla fine di questo post, potrete prendere visione della versione integrale. Buona lettura!

Conclusione

Questa breve antologia di testi poetici che ci ha portato a far rivivere con Ungaretti un momento delicato della nostra storia, può servire ora a far traghettare in un momento altrettanto drammatico chi si sente più che mai spaesato e soprattutto avvilito in una lotta impari contro un nemico invisibile e mortifero. Come Ungaretti non risolse il dramma della guerra, che si portò con sé anche negli anni a venire, ma trovò in quel frangente la parola vera, la parola giusta, la parola pura per vivere da uomo e da cittadino del mondo un’esistenza piena, così anche noi non potremo scongiurare questa prova tremenda che dobbiamo attraversare  e a cui dobbiamo far fronte con coraggio, ma ci potremo dotare di quelle parole che danno senso al vivere, perché, anche passando in mezzo a una simile tragedia, ne possiamo sortire più fraterni, più solidali, più umani, veri cittadini del mondo. Più che mai lo sentiamo, in questa pandemia che coinvolge tutti, come villaggio globale, in cui il richiamo alla presa di distanza fisica per evitare il contagio, deve diventare in realtà la maniera più giusta per sentirci tutti deboli, come portatori o acquirenti possibili di un male, ma che si devono rafforzare con altre modalità di partecipazione al vivere comune: la consapevolezza di appartenere allo stesso mondo in cui è giusto che ciascuno si scopra nella sua individualità da affermare, senza tuttavia che una simile affermazione debba creare conflitto con gli altri. Anzi; è più che mai opportuno che si torni a comunicare trovando nella parola il denominatore comune con cui condividere le esperienze amare e consolanti, dure e piacevoli, che ci aiutano ad essere più uomini, più uniti in fraternità, più partecipi l’uno con l’altro del vivere che ci uni-sce nello stesso spazio e nello stesso tempo. Come vi ha creduto il poeta che ci ha fatto da guida in questo percorso.

(don Ivano Colombo)

Chi volesse leggere l’intero articolo, deve cliccare QUI.

Un lutto nella famiglia UTE.

E’ con profondo dolore che apprendiamo la notizia della morte del professor  Rodolfo Damiani, il docente  scienziato- poeta, che tanto  amava la nostra associazione e che  era ricambiato di pari affetto da tutti noi.

Ci rattrista l’impossibilità di portargli il nostro  saluto e il nostro  grazie per la passione  che riusciva a comunicarci con le sue lezioni.

Lo ricorderemo sempre con gratitudine e lo  accompagneremo nel suo ultimo viaggio  con le nostre preghiere.

Riposa in pace, professore!

Una preghiera.

Signore, sono le tre di un venerdì pomeriggio,

proprio quando ricordiamo la tua morte in croce.

E nel ricordo di te, lasciato solo sulla croce negli spasimi della morte,

mi viene da pregare in questa ora veramente amara

conservando una grande fede, anche se messa a dura prova.

Mi rivolgo a te e mi unisco a te nel grido doloroso e tanto umano,

che, detto tante volte nel salmo,

ha un sapore nuovo e più vero, nei momenti tragici:

perché, o Dio, tu che sei mio, tu che considero sempre mio,

mi hai ora abbandonato?

Non mi aspetto una risposta chiarificatrice,

non cerco una spiegazione confortatrice;

cerco solo, con te e come te, una presenza che mi sembra non sentire più.

So che non è vero; so che lui, il Padre, c’è, e mi sente; so che mi vuol bene.

E tuttavia, ora, mi sento più che mai solo, isolato, abbandonato, derelitto.

E più di me lo sono quelli che faticano a respirare, come tu sulla croce,

nuovi “poveri cristi” adagiati su un letto che ha la durezza di una croce:

guardali, Signore; guardali con occhi pietosi:

neppure si lamentano, ma sono soli!

Se, intubati, non possono dire niente,

non possono alzare neppure un grido di lamento: e ne avrebbero motivo!

Io mi faccio voce di loro per dirti quello che tu dici al Padre:

Perché ci hai abbandonati? Perché non fai vedere la tua mano in soccorso?

Perché questo male ci separa, ci obbliga a non essere più gli uni con gli altri,

ci riduce alla solitudine più amara?

Se questo male insidioso prende molti di noi,

e in poco tempo fa mancare loro l’aria da respirare,

al punto che neppure si possono raccomandare ai propri cari, ai dottori, a te,

tu, Signore, abbandonato e solo, non abbandonarli, non lasciarli soli:

fa’ sentire la tua carezza, fa’ avvertire la tua mano,

fa’ provare la tua vicinanza da buon Samaritano, come solo tu sai fare,

toccando i malati, risollevandoli, se sono piegati e allettati.

Fallo in vece nostra, fallo per noi, ma soprattutto per loro,

che in questo momento neppure possono chiedere aiuto.

Sentili con te nell’ora della tua morte, mentre si aggrappano alla poca aria,

nella ricerca di una vita che tu hai dato loro,

che hai promesso abbondante e piena,

e, se partono da questo mondo

come nuovi “ladroni buoni” insieme con te su questa croce,

accoglili nel tuo Regno, falli sentire in casa loro dentro la tua casa,

visto che ora non vedono più accanto a sé i loro cari,

mentre tu, ai piedi della croce,

avevi tua madre e il discepolo che tu amavi e che ti amava.

A te si affidano; a te noi ci affidiamo,

pensandoti sulla croce come lo sono tanti di noi,

pensandoti in affanno nel respiro come lo sono i contagiati dal virus,

pensandoti all’estremo in totale solitudine,

come lo sono i nostri morti di queste ore.

Poi tua Madre ti prende fra le braccia;

poi tua Madre si china su di te, vera icona di pietà;

poi tua Madre ti accompagna nel sepolcro, depositandoti come seme di vita.

A lei, visto che a noi è negato il pietoso gesto d’affetto, ci affidiamo,

perché lei raccolga quanti sono morti e continuano a morire;

lei li accompagni alla presenza del Padre;

lei, da madre veramente pietosa, interceda per loro e per noi

quell’abbraccio che ci fa sentire ancora figli e fratelli.

Verrà, presto, l’ora della risurrezione:

l’attendiamo, la desideriamo, ne abbiamo certezza!

Nel frattempo ci rimettiamo a te, sapendoti dalla nostra parte!

Grazie, Signore, per la tua comprensione e la tua vicinanza!